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PRIMO CONCORSO LETTERARIO - PUBBLICAZIONE LAVORI

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MessaggioTitolo: PRIMO CONCORSO LETTERARIO - PUBBLICAZIONE LAVORI PRIMO CONCORSO LETTERARIO - PUBBLICAZIONE LAVORI EmptyMar Dic 02, 2008 10:48 am

1° CLASSIFICATA SEZIONE POESIA

KARMILLA


Ode al bento



Finalmente il grande giorno è arrivato,
Il postino un bel pacchetto m’ha portato!
Sono due settimane che l’attendo
ed ora è qui il mio adorato bento!

Oh bento mio, che soddisfazione
Tirarti fuori dalla confezione!
Tra tutti ho scelto un bel Urara rosso
Che riempirò di cibo più che posso:

Non solo pasta al dente col ragù,
Ma pure riso e funghi col bamboo,
con gli onigiri, il sushi e con i maki
e almeno quattro o cinque dorayaki.

E quando il cibo dentro è sistemato
Con pics e sushi grass ben aggiustato,
nel cuore mio c’è solo un sentimento,
cioè che sono ‘Pazza per il bento’!!


1° CLASSIFICATA SEZIONE RACCONTI

CLEIDE


PAZZA PER IL BENTO (Lucia G. M. Zambrano, in arte “Cleide”)
L’estremità della canna prese per un attimo fuoco, una rapida fiammata rossa sulla superficie sottile della cartina: la spensi con un soffio e, pian piano, gustandomi il momento, presi il primo tiro, rispuntato qualche secondo dopo. Ah, senza quell’aiuto personale non sarei mai, e dico MAI riuscita a studiare per quel maledetto esame di diritto civile, anche se a dire il vero quel fumo faceva un po’ schifo.
“Lo ##### mi ha fregata”, borbottai, ignorando bellamente lo sguardo inquisitore della mia coinquilina, Alice, intenta a preparare una delle sue grandi (e immangiabili) opere culinarie: aveva la solita aria da stitica cronica, tutta concentrata sui suoi improbabili esperimenti in cucina, secca secca nel grembiule bianco a stelle rosa. Di tanto in tanto mi chiedevo come una persona così magra, che avversasse tanto mangiare, potesse essere tanto ossessionata dalla cucina; poi guardavo quello che preparava e trovavo la risposta.
Li chiamava “bento”, ed altro non erano che cestini per il pranzo scrausi, con disegnini strani fatti con il cibo: li preparava in “favore” del suo ragazzo e, benché non mi stesse più simpatico della sua ragazza, provavo pena per il povero giovane cui toccava mangiare quella roba. Ad esempio quella volta –tra un’occhiataccia e l’altra, riuscendo miracolosamente a non tagliarsi il dito nonostante non facesse che guardarmi –aveva preparato il riso al curry e stava “disegnando” un…un… A prima vista sembrava un vermoide in mezzo alle dune, sormontato ora da una non meglio precisata cosa marrone (l’avevo vista tuffare il coltello nella nutella); da qualche parte sul vermoide riconobbi perfino tracce di gelatina alla frutta e, nonostante la cannabis che mi circolava allegramente in corpo, lo stomaco mi si chiuse da solo.
“Wow, riso al curry e nutella: complimenti chef. Solo, da quand’è che stanno bene insieme? “ esclamai, cercando sinceramente di non riderle apertamente in faccia, senza riuscirci.
“Da quando il lato estetico lo richiede. –Con quella mano poggiata sul fianco, a mo’ di teiera, e l’aria sdegnata da genio incompreso avrebbe fatto ridere, non fosse stato per il coltello che mi stava sventolando davanti al naso, a mo’ di teiera psicopatica. L’occhio spiritato di Alice avrebbe intimorito più di un omone, l’aria dell’artista ferito nell’orgoglio stampata su una vecchia foto in bianco e nero –Tu non capisci, non hai mai capito! Il bento non è solo cibo, va oltre il “buono” o il “cattivo”: il bento è arte, è l’unione tra colore e sapore, l’immagine fatta cibo!”
La lama mi sfiorò una guancia e, quasi timorosamente, un piccola ciocca blu elettrico si staccò dal resto della mia chioma per fluttuare a terra; la osservai per un secondo, ignorando bellamente il gesticolare letale della mia coinquilina, uno sbuffo di colore sul grigio del pavimento, solitario in mezzo al marrone, al nero e al bianco che dominavano la stanza, bento compreso.
Uno contro tutti.
Cominciai a ridere, prima timidamente, poi in maniera sempre più sguaiata, tenendomi la pancia ormai dolorante, gli occhi offuscati dalle lacrime e dal fumo tremolante che si alzava dal mozzicone che tenevo in mano; la stanza era una massa informe e grigia, spezzata da un solo puntino blu e dal rosa smorto di una faccia da serial killer che, indignata, mi guardava da sopra un altrettanto smorto grembiule da cucina. Un luccichio vicino al mio braccio e magia!, un piccolo fiore rosso acceso sbocciò nella stanza, accompagnato da un vago fastidio: occhi celestini sgranati mi osservavano mentre ridevo sempre di più, indignati, infastiditi, forse invidiosi.
“Non prendermi in giro! –una voce stridula e color “acqua dei Navigli” –Questa è arte, la mia arte: non ti permetto di prenderla in giro! Tu…Tu non capisci cosa sia la bellezza, la forma, l’attenzione per il particolare! –tra le risate riuscii a fare cenno di no –Tu non puoi capire cosa sia creare! Non lo capisci, e neanche lui lo capisce, lo so, lo sento! –la lama fece a sua volta cenno di no davanti al mio naso –Nessuno capisce! Nessuno!”
Il vermoide volò dall’altra parte della stanza insieme a tutta la scatoletta, una massa informe e marroncina che colava lungo la parete, mentre la sua creatrice lo faceva seguire dal coltello che, con un leggero clac, andò ad infilzarsi tra le mattonelle; un altro paio di capelli presero la loro strada per il pavimento, subito schiacciati dai tacchetti neri di Alice. Arretrai istintivamente, le risate che andavano lentamente scemando insieme all’ebbrezza data dalla droga; mi guardai intorno alla ricerca di una via di fuga, ma l’arido monolocale era tutto lì, vuoto a parte per la scarsa mobilia, i resti di curry –il cui odore riempiva ora la stanza –io e la mia coinquilina psicopatica. Le spalle toccarono il muro: ero definitivamente in trappola.
Lei avanzava a piccoli passi nervosi, armata di uno di quei cosi che usava per arricciare le verdure, la bocca digrignante: continuava a ripetere frasi senza senso sul suo genio incompreso, sull’arte immortale e quant’altro, passando noncurante sui poveri resti della sua ultima grande opera.
“Io sono originale...”
Annuii, incapace di far altro.
“Sono geniale...”
La lingua mi si annodò, immediatamente sciolta dall’arriccia-verdure in avvicinamento: feci un altro cenno di sì, gli occhi fissi sull’oggetto infernale che, pian piano, stava arricciando il tavolo in tanti piccoli trucioli.
“E allora perché quello che cucino non va mai bene? –l’urlo mi fece male le orecchie, chiusi gli occhi, li riaprii, mi buttai di lato mentre il coso tranciava la lunga treccia che avevo lasciato per anni crescere, le dita brucianti per il mozzicone rovente e fumante che ancora stringevo –Perché???”
La porta! Mi voltai in quella direzione, ma una mano afferrò i capelli ormai corti, mandandomi a sbattere contro l’armadietto degli odori; percepii il bruciare del fornello acceso, dita odorose di cipolla serrarmi il collo.
“Sei convenzionale –riuscii a rantolare –sei egoista –la stretta era potente: afferrai il braccio e, con un colpo secco, sbattei Alice là dove un decimo di secondo prima c’ero io –non pensi a quello che piace agli altri, ma solo alla tua fottutissima estetica e...”
Alzai, lo sguardo giusto in tempo per scorgere una miriade di boccette cadere sulla cucina, tra le quali riconobbi anche la mia riserva di foglie di cannabis, nascosta tra il rosmarino e la cuccuma: una fiammata e puff, una cenere sottile fatta di cannella e salvia cominciò a scendere lenta dal soffitto, impalpabile, mentre una spessa coltre di fumo verdastro copriva ogni cosa, prima che il buio calasse.
Odori, sapori, colori, al risveglio una serie di ricordi confusi mi invasero la mente (insieme al peggior mal di testa della mia vita); io e Alice ci guardammo confuse poi, quasi timorosamente ci avvicinammo a quel che restava del tavolo della cucina: un trionfo di immagini astratte e odori invitanti ci osservava da lì.
Il bento più bello che mai si potesse immaginare.
Una meraviglia, il frutto del più folle dei deliri.
Ci guardammo entrambe negli occhi, la medesima domanda stampata in faccia: chi di noi due era l’artefice di tanta grandezza?
_________________
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MessaggioTitolo: Re: PRIMO CONCORSO LETTERARIO - PUBBLICAZIONE LAVORI PRIMO CONCORSO LETTERARIO - PUBBLICAZIONE LAVORI EmptyMar Dic 02, 2008 10:50 am

ED ECCO GLI ALTRI PARTECIPANTI:

WONDERLAND

***Ode al Bento***

Mi chiamano bentopazza
ma sono solo una ragazza
che ama il bento alla follia
a casa, a scuola o in compagnia.

Ecco a voi i miei tesori:
con la belt e l'oshibori
hashi e posatine
sushi grass, portasalsine.

Egg mold e picks animalosi
immancabili e preziosi.
Riempio il bento di polpettine
onigiri e frittatine.

Che sia un Urara o un jubaako
poco importa,
fanne comunque una buona scorta!

E ricorda in ogni momento:
quando bento son contento!


ARIOSPINA

L’Amicizia

Ario era una fatina sperduta.
Non aveva amici, non aveva un posto dove stare e non era capace di essere felice.
Volava in qua e in la senza sapere dove andare e senza mai sentirsi parte delle cose; ogni tanto si avvicinava ad un fiore senza sentirne il profumo altre volte si crogiolava sull’erba senza sentirsi in pace.
Un giorno mentre svolazzava nella campagna cercando la sua strada scorse all’orizzonte una strana costruzione e si avvicinò attirata dalle tende colorate di una finestra, che ondeggiavano al vento sembrando ali di fata.

Nella stanza c’erano quattro strane creature, se ne stavano sedute in cerchio fissando delle sacche di stoffa colorata e parlando ad alta voce di questo e quello…
Ario era molto incuriosita ma anche spaventata, le creature sembravano delle fatine ma non avevano ali ed erano molto molto grandi.
<< è una fata! è una fata!!!>> urlò Princess, che con un balzo raggiunse la finestra in cerca della sua chimera.
<< ma va la..le fate non esistono>> replicò Strawberry che la invitò a tornare al suo posto insieme alle altre.
Ad un tratto le ragazzine tolsero dalle loro sacche, delle bellissime scatole colorate, ce n’erano di rosse, di rosa e anche azzurre e gialle;
Ario fu molto curiosa di sapere cosa contavano quelle scatole..forse dei poteri magici..o chissà cos’altro..così si avvicinò posandosi accanto ad un vaso.
Ario si stupì moltissimo quando scoprì che le scatole magiche contenevano delle cosine deliziose da mangiare e si chiese quale antico sapore potessero mai avere quei biscottelli alle mandorle o quelle sfiziose polpettine di riso per non parlare poi di quegli ovetti dalle forme alquanto strane.
Spinta dalla curiosità e sorpresa dal fatto di riuscirne a sentire il profumo si avvicino ancora un poco.

Strawberry era molto felice quel giorno, era il suo compleanno e lo stava passando con le sue amiche: Princess, Koalina e Oyuki. E poi le sue amiche avevano portato dei bentini favolosi che potevano condividere.
<< Waaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!! Tu hai portato i gamberetti fritti!!?!!>> disse a Princess.
<< Si, hai visto che carini, questa volta mi sono proprio impegnata>> le rispose Princess.
Koalina e Oyuki sono sorelle perciò si aiutano nella preparazione dei bentini cercando di renderli bellissimi e molto appetitosi.

Ario fu molto contenta di essere entrata, quei profumini deliziosi la stavano letteralmente invadendo e lei ne era insolitamente felice.

Le ragazzine ridevano, mangiavano e scherzavano tra loro con naturalezza e complicità, suscitando nella fatina un sentimento di invidia e gelosia…sensazioni ed emozioni che Ario non aveva mai sentito prima di quel momento.

Senza accorgersene la fatina inizio a volare verso le bambine quando un bagliore la raggiunse, era un raggio di sole che filtrando dalla finestra le scaldò il cuore trasformandola in una bambina.

Koalina e Strawberry alzarono lo sguardo e la videro. Era una bambina con i capelli corti e un po’ arruffati ma con dolce sorriso stampato sul viso.
Princess le prese la mano e le disse:<< Benvenuta Ariospina, era tanto che ti stavamo aspettando!!!!>>

La piccola fu molto sorpresa e felice. In un giorno soltanto scoprì di essere una bambina e di avere delle amiche sincere ed una passione grande che si chiama Bento.


PEPPERPOT

“E anche oggi niente pranzo…”

Sayaka aprì la borsa, tirò fuori due bento ben avvolti nei loro furoshiki e se li appoggiò sulle ginocchia…come ogni giorno, all’ ora di pranzo le classi dell’ università si svuotavano e gli studenti ne approfittavano per mangiare qualcosa in aula, al bar, o seduti fuori all’ ombra degli alberi del campus.
Solamente Sayaka non si muoveva…era una studentessa universitaria già da un mese ormai, si era trasferita a Tokyo dalla provincia appositamente per frequentare quella prestigiosa università…e dire che era stato ammesso solo un altro studente proveniente dal suo liceo! Si era impegnata al massimo, si era prefissa quell’ obiettivo e ce l’ aveva fatta…allora perché ora non riusciva a muoversi?
“Coraggio!!” pensò quando mancavano pochi minuti alla fine dell’ ora di pranzo “stavolta devo farcela assolutamente!” si alzò di scatto con i bento ben stretti tra le braccia, si diresse verso un ragazzo seduto al banco vicino alla finestra e…tornò a sedersi al suo posto, con un’ aria malinconica e delusa…la campanella suonò poco dopo e lei, come tutti gli altri, rimise i bento –intatti- nello zaino e si avviò alla lezione successiva.

Quella sera, tornando a casa, pensò a cosa le stava succedendo. Appena arrivata a Tokyo, lei, tanto razionale, studiosa e pure un po’ secchiona, si era innamorata: un colpo di fulmine! Lui era un ragazzo che seguiva il suo stesso corso di psicologia, serio, carino e con un paio di occhiali che gli donavano un’ aria da professore…Sayaka aveva notato che a pranzo non mangiava mai niente, al limite si limitava a mangiucchiare qualche snack o a pescare qualcosa dal bento di qualche suo amico.
E a lei, tanto esperta negli studi quando inesperta nelle relazioni interpersonali, non era venuto in mente nient’ altro che proporgli di pranzare insieme, così per rompere il ghiaccio. Ogni giorno preparava due bento, uno per se’ e uno per il ragazzo di cui non conosceva neppure il nome…ma poi non riusciva a darglielo, la timidezza era troppa e così passava l’ ora di pranzo con i due bento -preparati con amore- stretti a se’ e lo sguardo fisso a cercare di cogliere l’ occasione giusta…che non arrivava mai.

Così facendo era passato un mese: un mese di pranzi saltati (alla fine anche Sayaka non pranzava mai …riportava a casa entrambi i bento), di occasioni mancate e di momenti di sconforto.
“Ora basta, oggi o mai più!” si disse quel giorno entrando in aula con piglio sicuro. Nella borsa c’ erano come sempre i soliti due bento preparati con cura…non vedeva l’ ora che arrivasse l’ una per tirarli fuori, appoggiarli sul banco del ragazzo e dirgli con nonchalance:
“Oggi ho preparato il bento per una mia amica, ma non ha potuto prenderlo…ho notato che non stai mangiando niente, quindi se ti va puoi prenderlo tu…intanto possiamo anche pranzare insieme così parliamo della lezione!” (Sayaka si era preparata la frase da usare da parecchio tempo…è vero, era una piccola bugia quella dell’ amica, ma preferiva non far capire che aveva preparato il bento appositamente per lui…così non si sarebbe mostrata troppo interessata! E poi quando abitava con i suoi, a volte le era capitato di preparare il bento per suo padre che poi l’ aveva dimenticato a casa…e lei l’aveva dato davvero a qualche compagno di classe, quindi era quasi la verità…)

Finalmente arrivò l’ una, la campana suonò e tutti gli studenti nell’ aula si prepararono a mangiare come ogni giorno…e stavolta Sayaka tirò un sospiro, si fece coraggio, prese i bento e si alzò, decisa a non fermarsi. Arrivò davanti al banco dietro cui il ragazzo stava seduto scomposto, gli occhiali in testa -Oddio quant’ era carino da vicino!- appoggiò i bento sul banco e…svanita di colpo tutta la sua sicurezza, iniziò a balbettare:
“Ecco…il pranzo…se ti va, cioè, la mia amica…” Cavoli!! Stava andando tutto storto…Sayaka stava per mettersi a piangere, avrebbe voluto lasciare lì i bento e tornarsene a casa, ma la sorpresa fu troppa quando il ragazzo le rispose:
“Grazie…mi farebbe davvero piacere pranzare con te. Sei molto gentile, Sayaka…” detto questo diventò rosso, perché si accorse di averla chiamata per nome e anche che lei lo guardava con aria stupita…quindi aggiunse:
“No, è che a dire il vero ti conosco…eravamo allo stesso liceo. Siamo stati i soli della nostra scuola a essere ammessi! Mi chiamo Arashi...in seconda siamo pure stati in classe insieme, anche se non mi avrai riconosciuto perché ora sono molto più alto e porto gli occhiali…” e con un gesto se li ri-appoggiò sul naso “…e poi sono timido da morire, e non riuscivo a parlarti. Un giorno a scuola mi hai dato il bento che tuo padre aveva dimenticato a casa…quando ti ho rivista qui a Tokyo, non riuscivo a crederci! Da un mese non pranzo sperando di trovare un modo per mangiare di nuovo con te, magari come quella volta quando mi hai offerto il bento…non mi è venuta in mente un’ idea migliore…” concluse sorridendo. Anche Sayaka ora sorrideva e le era pure tornato appetito, ma l’ emozione era tanta che i due passarono il resto della pausa a chiacchierare al banco di lui, senza mangiare. Parlarono del liceo, dell’ università, di com’ era vivere da soli e Sayaka si sentì veramente, ma veramente felice…

E quando suonò la campanella ad annunciare la fine della pausa, Arashi disse:
“Ora scappo perché ho una lezione…ma sono davvero contento di com’ è andata la giornata. Pare che stessimo aspettando tutti e due senza motivo, vero?” poi aggiunse con un occhiolino, mentre si infilava la giacca:
“E anche oggi niente pranzo…però potremmo almeno cenare insieme, che ne dici?”
Sayaka lo guardò, sorrise, e quella fu l’ ultima volta che saltarono il pranzo tutti e due.
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MessaggioTitolo: Re: PRIMO CONCORSO LETTERARIO - PUBBLICAZIONE LAVORI PRIMO CONCORSO LETTERARIO - PUBBLICAZIONE LAVORI EmptyMar Dic 02, 2008 10:55 am

CHICCODIRISO

Arianna

Arianna era appena rientrata dall'ufficio, era stanca, i piedi doloranti per le troppe passeggiate verso il fotocopiatore in tacchi alti e la testa piena come un palloncino. Nonostante lo stato d'animo un po' scoraggiato si buttò sotto la doccia facendo mentalmente la lista di ciò che le sarebbe servito per preparare la sorpresa che aveva in serbo per la gita dell'indomani.
Andrea il suo migliore amico aveva organizzato una escursione di trekking, la sua ennesima fissazione, e per l'occasione avrebbe presentato a lei e ai loro più cari amici la sua nuova fidanzata.
Non riusciva ad immaginarsela, o meglio non voleva provarci perché le poche cose che Andrea le aveva raccontato non le erano piaciute tanto: una tipa snob e fissata per le griffe – l'esatto suo opposto insomma!
Una volta indossati abiti più comodi Arianna prese a trafficare in cucina e quando alle 11 di sera riuscì finalmente a vedere la sua opera compiuta, presa da un motto d'orgoglio scattò una foto pensando che l'indomani l'avrebbe pubblicata sul forum.
Senza pensarci troppo andò a letto ed in un secondo sprofondò in un sonno ristoratore. La sveglia suonò proprio quando un sogno dolce la stava avvolgendo tutta, si stropicciò gli occhi cercando di ricordare come mai avesse puntato l'odioso aggeggio sulle 5,30 del mattino, quando ricordò che doveva prepararsi perché a breve sarebbe passato Francesco a prenderla per la gita.
“Voglio proprio vedere in faccia questa Martina!” - la curiosità di conoscere la nuova fidanzata del suo migliore amico oramai era incontenibile.
Si preparò velocemente e mentre finiva la colazione suonò il citofono.
Il viaggio in macchina verso la montagna fu molto piacevole, Francesco e gli altri che viaggiavano con loro però sembravano avere tutti lo stesso punto interrogativo in faccia: “Sarà odiosa come ci aspettiamo?”
Arrivati all'area picnic del parco scesero tutti dalla macchina, ovviamente tutti gli occhi erano puntati sul lato passeggero della macchina di Andrea, in attesa di vedere questa famosa nuova fidanzata.
Ammutoliti videro uscire dalla macchina un paio di scarpette Prada da passeggio, un completo leopardato di Just Cavalli con zainetto Louis Vuitton e una chioma platinata che abbagliava alla luce del sole.
“Ecco qua! Tenuta perfetta per il trekking!” pensò subito Arianna.
Una volta fatte le presentazioni di rito e sedate alcune battute sulla tenuta non proprio adatta di Martina, il gruppo si incamminò verso la cima della montagna.
La salita a tratti era parecchio ripida e a volte Arianna dovette farsi aiutare da qualche amico per superare degli ostacoli difficili, ma se la cavò bene in confronto a Martina che esclamava di tanto in tanto “Ma quanta polvere su questa montagna, mi si sporcano tutte le Prada!” oppure “Andrea non mi avevi detto che in montagna ci fosse questa puzza di erba verde!” o la migliore di tutte che fu “Ma che ci fanno in montagna tutti questi insetti?”.
Arianna già non la sopportava più! Cercò di tacere comunque per via dell'amicizia che la legava ad Andrea, che tra l'altro sembrava non notare affatto che quella tizia non c'entrava proprio nulla né col contesto e tanto meno con il resto della compagnia.
Dopo la prima ora di risalita per fortuna il fiatone fece sì che Martina tacesse il tempo necessario perché il resto del gruppo potesse godersi il canto degli uccellini, il profumo del bosco e la vista del bellissimo paesaggio incontaminato.
Una volta giunti in vetta si riposarono sull'altopiano verde per riprendere fiato e si apprestarono a stendere delle tovaglie per allestire il picnic.
Martina però restò in disparte, asserendo che sedersi su delle tovaglie stese sul prato avrebbe potuto nuocere ai suoi bei vestiti così si sedette su un sasso lontano e iniziò a scartare dei sandwich dalla stagnola.
Andrea provò a convincerla ad avvicinarsi al resto della compagnia, ma ottenne solo di sacrificare il proprio zaino per allestirle una sedia di fortuna in modo che potesse unirsi agli altri.
Dagli zaini iniziarono ad uscire diverse allettanti portate, come la torta salata di Clara e la frittata di pasta di Filippo, ma tutti stranamente fissavano lo zaino di Arianna, che guardando un po' in malo modo i sandwich di Martina tirò fuori dal suo zaino una grande scatola lucida nera esclamando “TADAAAAAAAA!!!”.
Ci fu un “Oohhhhhhh!!!” di meraviglia generale, solo una persona si trattenne e finse di non aver notato la splendida scatola: Martina. Che imperterrita sbocconcellava i suoi sandwich seppure guardando con la coda dell'occhio cosa succedeva accanto a lei.
Allora Arianna aprì la scatola: meraviglia delle meraviglie! Era piena zeppa di polpette di riso colorate, piccoli rettangolini di riso con pesce di vari colori sopra, pezzetti di frittata a forma di cuoricini, animaletti di wurstel, insomma un tripudio di bellezza e di bontà insieme; e come se non bastasse la scatola aveva un secondo piano, ed anche quello si rivelò pieno ma di piccolissimi dolcetti Variopinti e di biscotti dal profumo delizioso.
Tutti allungarono le mani per assaggiare quelle delizie, tutti tranne una persona.
A quel punto Arianna si voltò per dare un'altra occhiata a quei sandwich così tristi e si sorprese nel vedere Martina che fissava ipnotizzata il bento e il suo contenuto che veniva pian piano divorato.
Allora si fece coraggio, prese il ripiano del bento che conteneva gli onigiri e il sushi e glielo porse: “Questo è un bento giapponese, e io ho preparato un po' di sushi e degli onigiri, vuoi assaggiare?”
Martina fissava il cibo imbambolata: “Ma io ho visto qualcosa del genere nei cartoni che guardavo da piccina, può essere?” - l'acidità sembrava dileguata dal suo volto, che ora appariva molto più carino.
Così dicendo Martina allungò una mano su un grosso onigiri al tonno, lo assaggio esitante e dopo averlo masticato per un po' fece un sorriso radioso.
“Oh grazie Arianna, ho sempre desiderato assaggiare una di quelle polpette di riso, e ora tu hai realizzato un mio sogno!” - le guance le diventarono rosse.
Arianna allora le porse un altro onigiri dicendole: “Su dai vieni qui sulla tovaglia che si sta più comodi!”
La gita si concluse a tarda sera, più nessuno si lamentò per insetti, polvere e fatica anzi, gira voce che Martina si sia comprata un completo da trekking e abbia imparato a preparare i bento per il suo Andrea!


AMY MIZUNO

VIAGGIARE

Era la prima volta che visitava Parigi e decise che il suo cuore,l’Ile de la Cité, sarebbe stato il punto di partenza. Amava viaggiare da solo, amava girare il mondo con il suo silenzio come unico compagno, in mezzo al chiasso delle luci, tra le voci e i rumori che si confondono nella frenesia delle grandi metropoli. Lo affascinava l’idea di sostare, anche per poco tempo, in luoghi sconosciuti, dove lui stesso era uno straniero per gli altri e straniero anche per se stesso in quel nuovo contesto. Inebriato, rassicurato e soffocato allo stesso tempo dalla vertigine di sgomento e piacere che si prova all’essere soli per le strade di una qualsiasi città del mondo, alla presenza di una moltitudine estranea e familiare, si lasciava guidare dai suoi pensieri confusi, perdendosi in essi. Se ne stava seduto nelle grandi piazze su di uno scalino o su una panchina, ai margini, per osservare, non visto, l’umanità che gli scorreva davanti come la sequenza di un film. Non c’era posto migliore per starsene da soli con il proprio silenzio: seduto in mezzo ad una folla vociante ed indifferente.
Viaggiava ogni volta che voleva fuggire e lui ora stava fuggendo. Fuggiva dal suo dolore e da se stesso. La perdita inaspettata di sua madre gli aveva fatto per la prima volta conoscere un senso di abbandono che, all’improvviso, si era prepotentemente imposto nella sua vita, intenso e lacerante. Desideroso di dissolversi annullandosi fra la folla e cullandosi in balia di essa, sperava che la sua sofferenza facesse altrettanto, almeno per un po’.
Era la giornata ideale per visitare Parigi, un tiepido sole di primavera rendeva l’aria gradevole e la profumava della nuova stagione.
Quando scorse Nôtre Dame in lontananza decise che non avrebbe preso la via diretta che portava alla piazza. La cattedrale esercitò un fascino così potente su di lui che sarebbe stato riduttivo arrivarci subito. Si propose di godersi gli stretti vicoli brulicanti di vita che le giravano intorno e di perdere lo sguardo nel fluire della Senna proprio lì dove l’ultimo lembo dell’isola si incontra con il fiume. Ognuno di quei vicoli regalava degli scorci diversi della cattedrale: altissime guglie, vetrate istoriate, archi, timpani e pinnacoli. Le diverse prospettive davano l’idea, di volta in volta, di vedere delle chiese diverse.
Ebbro della vista giunse finalmente alla piazza dove si ergeva, imponente e solenne, la facciata principale. Rimase senza respiro e, come chi ha raggiunto la cima di una montagna, si fermò a contemplare quello che aveva davanti. Poté finalmente ammirare da vicino la maestosità del monumento stagliato contro le nuvole, la sua struttura possente che voleva arrivare a Dio. Il suo interesse venne catturato dai mille particolari scolpiti nella pietra e dipinti sul vetro, racconti di un tempo passato. Si lasciò guidare dalle linee architettoniche dei portali, cercò di riconoscerne le figure, contò i re, ammirò la geometria del rosone, l’armonia delle parti e le simmetrie, i ricami di pietra della Galleria delle Chimere, immaginò il suono delle gloriose campane e il lavoro di chi le aveva fatte risuonare nei secoli. Si sedette su una panchina di fronte alla facciata e si riempì la vista di quello spettacolo. Chiuse gli occhi per qualche attimo come per imprimere quel ricordo per sempre.
Il vocio che veniva dalla piazza lo riportò al tempo presente e richiamò la sua attenzione a quegli sconosciuti che stavano passando di là. Pensò ai gargouilles di pietra che, immobili e ieratici, da secoli osservano la città e la sua gente, senza dire niente, senza assolvere né condannare nessuno. Osservavano. Come lui in quel momento.
Un gruppo di turisti americani stava ascoltando la guida che, in un ottimo inglese stava spiegando come le donne di Parigi decisero di gettare i loro gioielli d’oro nel crogiolo in cui si stava fondendo la campana più grande per darle la perfezione di un suono puro. Un uomo trafelato affrettava il passo mentre parlava al telefono freneticamente in un francese velocissimo; un vecchietto modesto nell’aspetto, ma dall’aria dignitosa era seduto poco distante da lui, concentrato nella lettura di un giornale trovato su una panchina; due ragazzi stavano chiedendo delle informazioni con una cartina in mano; sul ponte una giovane donna stava scattando una foto all’artista di strada che, inerte come una statua e con il viso e il corpo di marmo, regalava sorrisi ed occhiolini a chi volesse regalargli una monetina. Di ogni persona cercava di immaginare una storia. Da dove venivano quelle persone? Dove stavano andando?
Concentrato su questi pensieri fu nuovamente riportato alla realtà dalle grida allegre di tre bambini che, da una vicina fontanella, si riempivano la bocca d’acqua e se la tiravano addosso. Le urla inorridite di chi stava per essere colpito e le conseguenti acrobazie per schivare la traiettoria dell’acqua scatenavano in loro delle risate cristalline che lo contagiarono. Insieme con lui stava ridendo anche una ragazza che gli si era seduta accanto. Si guardarono per un breve attimo divertiti.
La ragazza guardò l’orologio. Aveva l’aria di chi stesse aspettando qualcuno. Aveva lunghi capelli ricci e scuri che le scendevano sulle spalle e la pelle ambrata, dall’aspetto sembrava una studentessa. Aveva appoggiato di fianco a lui una borsa da cui si intravedevano dei libri e teneva sulle ginocchia una piccola sacca colorata su cui erano disegnati dei fiorellini rosa, sembravano dei fiori di ciliegio. Quel disegno gli evocò nella memoria un pensiero vago ed incerto di qualcosa di lontano, di orientale.
All’improvviso le squillò il telefonino. Poche brevi battute in francese di cui capì solo l’ultima frase: “À toute à l’heure” “Ci vediamo presto” tradusse mentalmente. La persona che stava aspettando non sarebbe arrivata.
La ragazza aprì il sacchetto e ne estrasse una scatolina laccata dello stesso colore della piccola borsa con gli stessi delicati fiorellini disegnati sopra. Il ragazzo si chiedeva che cosa potesse contenere quel piccolo scrigno. Con stupore vide che la ragazza tirò fuori una forchettina coordinata al resto e capì il contenuto. La cosa lo meravigliò: nella fretta di un pasto fuori casa non aveva mai visto tanta accuratezza. La delicatezza e la cura dei particolari che la ragazza dedicava al momento del pranzo lo riportarono indietro nel tempo a quando sua madre preparava la tavola. Le piaceva decorarla con quello che trovava in giardino, piccole foglie, a volte persino frutti, candele colorate.
Il contenuto della scatola rispecchiava la grazia dell’involucro. Su una guarnizione di pomodori, lattuga, cetrioli, cipolle affettate finemente e disposte ad arte erano appoggiate delle polpettine invitanti. “Felafel” disse la ragazza guardandolo e gli porse la scatola facendogli segno di assaggiare. Il ragazzo arrossì di colpo, come se si fosse accorto solo in quel momento di averla osservata troppo a lungo. Imbarazzato fece un cortese cenno di diniego, ma al secondo invito prese una polpettina sorridendo e ringraziandola. Il sapore era squisito, una sapiente combinazione di spezie arricchiva quella polpettina che non sembrava essere fatta di carne. Provò a chiedere alla ragazza con che cosa fosse preparata, ma la ragazza non parlava inglese e lui non capiva il significato della parola “pois chiches”. La ragazza tirò fuori dal sacchetto colorato una scatola identica alla prima e gliela la porse. Mangiarono scambiandosi sguardi e sorrisi che supplivano alla mancanza di una lingua comune. Il sapore delle verdure in insalata lo riportò ai sapori delle insalate che sua madre preparava e che lui troppe volte aveva mangiato controvoglia. Anche questo ricordo gliela stava restituendo. L’aveva persa, ma la stava ritrovando nei gesti di quella ragazza mai vista prima. Capì improvvisamente che il suo viaggiare non era un perdersi , un fuggire, come aveva sempre creduto, ma un ritrovarsi. Questo pensiero gli scaldò il cuore.
Per la ragazza si fece tardi, doveva andare a lezione. Lo prese per mano, lo accompagnò al centro della piazza e gli mostrò un punto fra i sampietrini in cui era scolpita una specie di rosa dei venti. Gli fece segno di passarci sopra. Lui capì: era il chilometro zero. Aveva letto sulla guida che chi passa per quel punto da cui partono tutte le strade sarebbe tornato a Parigi. Con quell’augurio la ragazza si congedò da lui. Guardandola andare via si accorse di non averle neanche chiesto il nome. La ringraziò dal profondo mentre gli risuonarono all’orecchio le parole di una canzone: “A volte i viaggiatori si fermano stanchi e si riposano un poco in compagnia di qualche straniero”.

Haiku (di Amy Mizuno)

Scrigno laccato
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MISAO

Gurimmu alla ricerca del bento

C’era una volta un povero bambino di nome Gurimmu, che lavorava insieme a suo padre nel regno sperduto di Nonsisà, dove tutto quel che si ha si perde di continuo. Il nome del regno si scelse in onore di una regina che viveva li centinaia di anni fa, poiché secondo i testimoni, quando lei connobbe al nobile principe in una festa, dall’emozione perse la sua scarpa con tacchi e rotolò giù le scale da sporcarsi tutta… infatti il principe non la riconobbe tranne che giorni dopo, quando la sposò, ma la scarpa non fu mai più ritrovata, così mille e mille di ragazze dicevano di essere loro la ragazza della festa.
Quel episodio generò le notizie rosa e pink, e i giurati più famosi del regno decisero di farla finita e lasciar vivere la coppia creata chiamando il paese ‘Nonsisà’ (logico no?).
Ad ogni modo, il padre di Gurimmu era un investigatore di cose sperdute molto bravo, anche perché era l’unico, il problema è che la gente nonsisaiana era troppo abituata a perdere le cose e ricomparne nuove prima di cercarle, in modo tale che non aveva mai lavoro. Solo una volta, un vecchio principe di un regno lontano al di là del lontano, gli chiese consigli, poiché cercava la sua fidanzata che era rinchiusa a dormire in un castello ma il suo gps non gli sapeva mostrare la zona del castello. Ma giusto quando il padre di Gurimmu stava per mettersi alla ricerca, il vecchio principe si innamorò di una nonnetta di Nonsisà, e non si sa che fine abbia fatto la fidanzata dormente.
Un giorno una dama molto elegante entrò nel negozio del padre di Gurimmu, chiedendo informazioni sui bento.
Bento? Mai sentito questo nome… cos’è?
Signore, è quel che vorrei capire io. Tra una settimana ritornerò, se fino ad allora non mi ha ritrovato abbastanza informazione, ucciderò tutti quanti si trovano in casa.
Il padre in quel momento aveva le idee molto chiare: doveva mandare Gurimmu in giro per il regno a trovare ‘bento’, perché in caso che la signora ritornasse prima, uccideva solo lui e non anche suo figlio (logico no?).
Così Gurimmu prendeva una borsetta che rappresentava un gatto bianco con in alto a destra un fiocco, e inizio a cercare ‘bento’, non si ricordava più perché.
Dopo varie ore era arrivato in un bosco, e alla lontanza vedeva una ragazzina, tutta carina vestita di rosso, con uno zainetto nella mano.
Ehi, ciao…
Erm ciao, scusa una domanda. Uhm tu sai cos’è un bento?
Non lo so ma vado a portare a mia nonna del vino e dei biscotti e dei tramezzini e un po’ di prosciutto tagliato a fiorellino. Te ne dò un po’ se mi dici come arrivo prima alla strada **** (censurato per rendere privato il tutto).
Gurimmu gli indicava la strada più corta andando a istinto, prendeva le cose e continuava il suo viaggio alla ricerca del bento.
A sto punto sentiva delle urla. Un sarto a voglia di uccidere delle mosche si era rotto tutte le unghie, così Gurimmu decise di aiutarlo.
- Cioè, sono basito, cioè, proprio ieri mi ero fatto fare le unghie, cioè sul serio, sai. Cioè incredibile, ti giuro. Se mi ritagli la stoffa ti do delle bacchette superfashion che mi ha regalato il mio ragazzo, cioè sul serio eh.
Gurimmu prese le bacchette, le butto nel zaino del micio bianco insieme all’altra roba, e continuò la ricerca, dopo che quel sarto strano non gli sapeva dire cosa fosse un bento.
Uscendo dal bosco si ritrovò una casa enorme fatta di dolci e zuccherini e cioccolatini. Lui era diabetico quindi non gli attirava troppo, ma in quel momento usciva una vecchia che secondo lui si stava phonando i capelli.
Ehi, tu non sei un bimbo piccolo a cui piaciono i dolci!
No… ma mi sa dire lei cos’è un bento?
Bento? No, ma ti do dei zuccherini colorati se fai publicittà della mia casa ai bimbi piccoli che vedi in giro.
Gurimmu accettò l’offerta, e mettendo i zuccherini nello zaino, continuò il suo viaggio.
Passarono vari giorni, e per quante persone incontrava nessuno gli sapeva dire cos’era un bento: incontrò una morta in un vetro con vari nani, che gli diedero delle figurine allungate strane a forma di animali (dicendo che era da mettere sopra i cibi) visto che lui diede un calcio nel sedere a una povera vecchietta cattiva buttandola giù da una roccia; aiutò a scalare un tipo una torre dando l’idea alla tipa in alto di tirare giù i capelli a cambio dell’erbetta decorativa; consolò una ragazza che era triste perché gli stava morendo il fidanzato che sembrava una bestia, dicendole ‘boh, bacialo’ e ricevendo a cambio dei cutter a forma di fiore… e nessuno, ne uno solo di loro, sapeva cosa fosse un bento.
Triste e delluso, diede mezzo passo indietro girandosi per prendere la strada di ritorno a casa, quando un uomo lo fermò, dandogli una bella grande scatola in mano.
- Ehi, voglio mettere a prova la mia ragazza. Quando vedi una tipa bionda che saltella in giro, mostrale la pallina dorata che c’è li dentro, e falla cadere nel pozzo. Mi voglio travestire da rana e vedere se mi bacia, ahahah!
Gurimmu, fece come gli viene proposto, dopodichè triste e disinteressato buttò la scatola nel suo zainetto ma… non c’era spazio! E come si faceva?
Si sedeva per terra, e pensando a una logica inizio a mettere tutto quanto aveva nello zaino dentro nella scatola: i cibi vari, l’erbetta decorativa, le figurine animalose… Così che poteva chiudere la scatola e metterla dentro lo zaino micioso. Era talmente concentrato che non osservava come dei bimbi correvano via da una strega, come la ragazza di prima piangeva perché non voleva baciare la rana, come la tipa morta di colpo era viva che cavalcava via, come la tipa che piangeva per la morte del ragazzo brutto ora stava con un ragazzo bello.. ‘Tsé, tutte uguale ste donne’, si disse, mentre camminava indietro a casa.
Una volta davanti alla sua porta, aprendola, vedeva come la donna elegante di giorni fa stava minacciando con uccidere suo padre.
- Quindi? Trovato informazione sui bento?
Gurimmu, che con quella esperienza era diventato molto intelligente (logico no?), gli diede in mano lo zainetto micioso, dicendo che era quello il bento.
Questo? E cos’è?
E’ incontrare persone, uhm, vivere momenti che solo loro ti offrono, mangiare e sorridere, imparare. E’ felicità.
Arigatou.
E la donna sparì, lasciando indietro millemilla monete di oro, che Gurimmu e suo padre misero in una banca di soldi…
Ma come vissero da li in poi…non si sà. Speriamo bene.
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